RITORNERAI BAMBINA

Quanto può far male pronunciare il proprio nome di battesimo come una vera sconfitta, in maniera sommessa e a testa bassa? Da un episodio di transfobia in un ospedale napoletano, Antonio Coccia mette in scena Ritornerai bambina per trattare l’incomunicabilità che blocca il fiato, che strozza e fa spazio la morte.

Melina è una giovane donna trans. Carmine è un giovane uomo. Entrambi, seduti, si manifestano l’un l’altro tramite il proprio nome. Attraverso il canto, la melodia e la parola viva, i due rievocano i ricordi di un passato che li ha visti insieme, fianco a fianco.

L’entità del loro rapporto è ambigua, piena di conflitti, rimorsi, vergogna. Anche se l’uno non può se l’altro vi è, il loro è un inno alla vita, all’esigenza di essere un qualcosa all’interno del mondo che vivono.

Vita e morte, canto e silenzio. E la loro dolce condanna sarà quella di ritornare al punto di scissione, dividersi, nello specchio di uno, il riflesso dell’altra. Nel canto di una, la coda vocale dell’altro. Morire per poi risorgere, sempre.

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