Punti di Vista
Il presente intervento mira ad analizzare la virtuosa intersezione fra ambiente ecomuseale e performance, con focus specifico sul caso del Piemonte […]. Innanzitutto, risulta necessario fissare alcuni concetti preliminari, a partire dal termine ecomuseo. L’aneddoto è curioso. La parola venne introdotta in Francia – come ci ricorda Maurizio Maggi (2000, p. 23) – nel 1971 su suggerimento di Hugues De Varine, che nel suo intervento L’ecomusée (1992, p. 448) annota:

Pubblico, approccio vivente, formazione delle nuove generazioni, eredità storica, antropizzazione del territorio: sono dunque queste le fondamenta su cui si regge – fin dalle proprie origini – quell’oggetto complesso che è la realtà ecomuseale, orientandone in maniera pressoché naturale il tracciato in direzione di forme di relazione umana di cui la più importante è certamente il teatro. L’ecomuseo non è soltanto un luogo, un setting, un palcoscenico, ma anche e soprattutto una temporalità, un territorio, una comunità. Nell’era della globalizzazione e dell’appiattimento delle identità locali, quest’idea di ecomuseo comunitario gioca un ruolo di primo piano. L’ecomuseo diventa così «una pratica partecipativa per la valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale, elaborata dalle comunità […] nella prospettiva dello sviluppo sostenibile». È quanto si legge nella Carta di Catania, documento redatto nel 2007 a margine del Convegno Ecomuseum Days: Towards a New Cultural Offer for the Sustainable Development of the Territory. Gli enti locali italiani riconoscono e promuovono oggi tali realtà quali strumenti culturali di interesse generale e di utilità sociale, volti a recuperare, conservare, valorizzare e trasmettere l’identità e il patrimonio ambientale di un territorio omogeneo, attraverso il coinvolgimento delle comunità in tutte le loro componenti. Gli ecomusei possono quindi essere considerati – parafrasando l’alpinista Enrico Camanni – come il “ripensamento partecipativo” di un luogo, depositario della memoria di un gruppo umano. Un’equazione che li rende ontologicamente prossimi allo spazio teatrale nella sua intima essenza.
Se l’approccio psicogeografico di John C. Green (2024) può soccorrere lo studioso di performance nell’analisi del situazionismo urbano e delle sue efflorescenze, è invece la tradizione geografica (senza prefissi) a offrire un retroterra di studi utile per avventurarsi entro il perimetro pulsante degli ecomusei e delle comunità a essi associate. Lucio Gambi (1964 e 1973) insegna, infatti, che il paesaggio va inteso non come sintesi di elementi visibili, ma come struttura che dall’attività degli uomini è prodotta nel corso della storia: come «complesso costitutivo di una civiltà», composto da elementi ognuno dei quali ha una propria temporalità. Uomo e paesaggio come ipostasi simultanee, dunque, del territorio (cfr. anche Guarducci, Rombai 2017, pp. 19-25).
Nella Legge Regionale n. 13 del 3 agosto 2018 viene chiarito in maniera eloquente che «gli ecomusei […] collegano la comprensione dei valori di un territorio con l’elaborazione di una visione per il suo futuro. A tal fine essi valorizzano l’identità locale in un processo partecipato finalizzato alla creazione di una coscienza di luogo diretta a rafforzare il senso di appartenenza delle popolazioni locali verso i beni comuni, costituiti dal patrimonio culturale e dal paesaggio». Loro finalità è «custodire, salvaguardare, promuovere l’identità materiale e immateriale di singole comunità territoriali come valore aggiunto delle differenze dei territori [nella fattispecie] piemontesi». A tali dichiarazioni corrisponde poi un’effettiva presa in carico dal punto di vista economico, se si considera – per esempio – che per l’annualità 2024 la Regione ha stanziato ben 423mila euro per rilanciare le attività degli Ecomusei (cfr. «Corriere Valsesiano», 9 agosto 2024).
Ora, quella fin qui tracciata è dunque la doverosa cornice teorica entro cui inserire una riflessione ragionevolmente consapevole sul rapporto fra ecomusei (spesso collocati ai margini geografici, tra pendici montane e contesti lacustri) e spettacolo dal vivo, mantenendosi altresì equidistanti tanto da forme di vetusto urbano-centrismo (la volontà cioè di imporre dal centro un’educazione culturale alle periferie, poste in condizione di sudditanza) quanto da quella narrazione – come avverte Giovanni Carrosio (2022) – del piccolo borgo quale spazio intrinsecamente green, autentico, edenico, per normalizzare (e dunque mistificare, rendendola antistorico) un certa idea di sostenibilità ecologica, che si suppone appunto connaturata a quei contesti. Ed è proprio in questi luoghi di “restanza”, come la chiama Vito Teti (2022) – identificando con tale espressione l’opposta tensione a sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente), che opera spesso Piemonte dal Vivo, Circuito teatrale del Piemonte, protagonista in ambito regionale nella diffusione, distribuzione e programmazione delle arti performative (teatro, danza, musica dal vivo e circo contemporaneo).
Il progetto della Fondazione [su cui si sceglie di soffermarsi] è [per l’appunto] Ecomusei Palcoscenico Naturale, percorso realizzato in sinergia con Regione Piemonte, Abbonamento Musei e la Rete degli Ecomusei, per sensibilizzare i cittadini nei confronti degli ecomusei in quanto patrimonio artistico condiviso, strumenti culturali di riconoscimento dei valori e della storia di un territorio, di cura e rigenerazione di luoghi per favorire la partecipazione e la trasmissione di saperi e di progetti innovativi, in particolare alle nuove generazioni. Gli ecomusei – come già si accennava – rappresentano il patrimonio culturale vivente di un territorio che si esprime sia mediante le attestazioni della cultura materiale (chiese, castelli, borghi, mulini, fornaci, cave, miniere, collezioni e dipinti), sia attraverso eredità immateriali (canti, danze, feste, racconti popolari, tradizioni religiose e ricreative, consuetudini e capacità manuali), da offrire al pubblico di interessati e visitatori.
Come ricordano le pagine del Diario di Bordo del progetto, l’impegno di Piemonte dal Vivo – dal 2022 (dopo una fase iniziale di mappatura, sopralluogo e branding comunicativo) – è consistito soprattutto nella programmazione di un cartellone di appuntamenti site-specific che si integrasse con gli spazi ecomuseali (in tutto 29, disseminati fra le varie province piemontesi), offrendo un’esperienza che travalicasse la semplice fruizione frontale, stimolando piuttosto la partecipazione attiva delle comunità locali, attraverso la grammatica del teatro sociale e di comunità e proposte laboratoriali. Obiettivo primario è sensibilizzare i cittadini nei confronti degli ecomusei, da intendersi appunto come strumenti culturali di riconoscimento dei valori e della storia di un territorio, di cura e rigenerazione di luoghi per favorire la trasmissione di saperi tradizionali e di progetti innovativi in particolare alle nuove generazioni. Per parafrasare le parole di Matteo Negrin, direttore di Piemonte dal Vivo, rilasciate in una recente intervista a Paolo Morelli («Corriere Torino», 16 giugno 2024), spazi culturali e forme di rappresentazione in equilibrio con la vera natura del territorio si incontrano al di là della messinscena ordinaria, stimolando l’immersione delle persone, restituendo le narrazioni delle comunità e abbracciando una più vasta esperienza condivisa. Dalle cittadine piemontesi alle valli alpine, dal Ticino alle Alpi occidentali, passando per i borghi di Langhe, Roero, Monferrato, Appennini e Val d’Ossola, fino ai laghi e alla pianura risicola: una vasta estensione territoriale per una proposta artistica composita. […]
È l’artista visivo e filmmaker Simone Rosset, formatosi tra l’Accademia di Belle Arti di Brera e il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, ad aver immortalato in una ricca serie di brevi documentari – nel corso del triennio 2022-2024 – le esperienze del progetto Ecomusei Palcoscenico Naturale.
Giovanni Carrosio, Piccolo non è sempre bello. Quando i borghi non servono all’ecologia, in Filippo Barbera, Domenico Cersosimo, Antonio De Rossi (a cura di), Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli, Roma 2022.
Hugues De Varine, L’ecomusée, in Françoise Wasserman (éd.), Vagues, Mnes 1992.
Lucio Gambi, Questioni di geografia, ESI, Napoli 1964.
Lucio Gambi, Una geografia per la storia, Einaudi, Torino 1973.
John C. Green, Essays on Psychogeography and the City as Performance. Drifting Through Wonderlands, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2024.
Anna Guarducci, Leonardo Rombai, Paesaggio e territorio, il possibile contributo della geografia. Concetti e metodi, «Scienze del territorio», 5 (2017).
Maurizio Maggi, Vittorio Faletti, Gli ecomusei. Che cosa sono, che cosa possono diventare, Allemandi & C., Torino 2000.
Paolo Morelli, La natura diventa palcoscenico nell’estate degli Ecomusei, «Corriere Torino», 16 giugno 2024.
Vito Teti, La restanza, Einaudi, Torino 2022.